L’urlo

Quel giorno, il cielo era nuvoloso, c’era un vento leggero che si alternava ad una pioggia sottile.

Eravamo in tutto circa 30 persone ed il programma del nostro outdoor setting© prevedeva il 3° modulo, il cosiddetto momento dell’urlo catartico[1].

Incominciammo a percorrere il sentiero proprio da dove ci aveva lasciato la funivia, dalla Stazione di Lago Gabiet, dopo circa 2 ore di cammino alla fine arrivammo al Lago Blu a 2400 metri di altitudine. Sebbene il tempo fosse incerto, non c’era nebbia e l’orizzonte era limpido tanto che si poteva scorgere nettamente l’ondulare della cresta dei monti ovunque si guardasse intorno a noi.

Un’ora dopo il pranzo al sacco, intorno alle ore 14.00, ci accovacciammo su una sottile striscia di terra, riparati alle spalle da una parete rocciosa. Alla nostra sinistra il Lago Blu, trenta metri più in basso, increspato dal vento, aveva assunto un colore metallico e, a destra, invece, si stendeva tutta la vallata. Davanti a noi il breve tratto di terra terminava improvvisamente con uno sperone roccioso aprendo il nostro sguardo sulla catena dei monti che sullo sfondo ci faceva da insolita spettatrice.

Allora Zenaide, la più giovane del nostro gruppo si alzò e, accolta da Silvestro ed Antonella, parlò sommessamente con loro per un paio di minuti e quando si sentì pronta si avvicinò quasi sull’orlo dello sperone, si assestò bene sulle gambe [2] e, dopo qualche attimo, volgendo lo sguardo nella direzione dei monti più lontani sull’orizzonte, gridò in un sol fiato tre parole: ti perdono mammaaaaa!!!

Ma più che un grido fu un vero e proprio urlo. E la sua eco parve ritornare fino a noi dalle viscere della roccia, riflesso dai ghiacciai distesi sulle pendici dei monti.

L’energia interna che si era sprigionata da quell’urlo riverberò dentro di me come un gong tibetano. Un tumulto improvviso mi assalì a tal punto che in un istante mi passarono per la mente tanti pensieri di vissuti che da molto tempo erano stati seppelliti nei meandri della memoria.

Ero così turbato che non riuscivo a muovermi, ma tutti quei sussulti annidati nelle pieghe del cuore liberarono al vento tanta rabbia inespressa ed antichi rancori.

Il pianto sul viso di Zenaide fu il mio pianto, e la gioia del suo sollievo fu la mia gioia! Ma guardandomi intorno tra i compagni di cordata mi accorsi che nessuno era rimasto senza turbamento: chi con gli occhi chiusi, chi visibilmente commosso, chi col volto teso e concentrato, chi gridava tacitamente e chi, invece, si alzò per andare ad abbracciarla.

Allora sembrò che un silenzio pieno di arcano avesse riempito gli angoli più remoti della nostra anima e di cui noi stessi ne ignoravamo l’esistenza…


[1] Ciascun partecipante individua una persona o una situazione della propria vita che evoca sentimenti di rabbia o paura e poi li esterna con un urlo, buttando fuori simbolicamente il negativo e recuperando il positivo. E’ un grido liberatorio che permette di essere in contatto con le proprie emozioni. Si tratta di un’esperienza catartica. (Catarsi come atto creativo che riguarda il paziente, che è portato a esprimere le proprie emozioni quando sono sufficientemente distinte da sé,  e i membri del gruppo che assistono alla catarsi e si identificano con l’esperienza). [da: S. Paluzzi, L’Approccio Multisetting. Psicoterapia outdoor setting mediante il gruppo e la metafora, Armando, Roma 2010].

[2] Posizione grounding.


Questo è il terzo post di quattro, a firma di Roberto Domanico, Counsellor multisetting in formazione, sull’esperienza dell’outdoorsetting di quest’estate 2015 in Val Gressoney.

Qui il primo e il secondo post.

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