Vivere la metafora, il mito della caverna di Platone

Ci troviamo in una radura, dopo aver percorso il sentiero che ci ha portato verso le sorgenti del Lys. La cornice è sempre un paesaggio meraviglioso, i colori sono accesi, il verde intenso di prati e alberi spicca sul bianco brillante dei ghiacciai del Monte Rosa, che ci fa sempre da sfondo in questi giorni, ci accompagna nelle nostre camminate, testimone silenzioso e misterioso dei nostri percorsi, fisici e interiori.

Un mito, una storia, una metafora. Respiro a pieni polmoni, mi sento bene come da tempo non mi sentivo. Mi guardo intorno e mi lascio stupire dal colore di una foglia, da una formichina che mi cammina sul braccio, dall’odore dell’erba fresca. Mi concentro, non vorrei perdere nulla, nessuna parola, nessuna esperienza. Penso per un momento al tempo, forse lungo, che ho impiegato a capire il senso delle metafore negli outdoor setting e cosa mai potessero avere a che fare nella mia vita. Sorrido dentro di me, ognuno ha una storia, un tempo, un percorso da compiere, ma tutti arrivano se mossi dal desiderio di mettersi in discussione per crescere e avere, darsi, nuove possibilità.

Oggi so che nella relazione d’aiuto, spesso, è più utile far intuire che far capire, rispettando la libertà e i tempi della persona. Inviare messaggi evocativi, allusivi piuttosto che messaggi espliciti, per stimolare un processo creativo nuovo. I messaggi contenuti a livello profondo nella metafora rimangono nella memoria  e continuano a stimolare riflessioni e dubbi e a creare effetti evolutivi anche dopo, quando si torna alla vita di tutti i giorni. Per me è stato così.

Esco dalle mie riflessioni e mi immergo con tutta me stessa nel mito della caverna di Platone, raccontato nel libro VII° de La Repubblica e che offrirà a tutti noi, spunti di riflessione sulla nostra vita. Il conduttore del modulo, Silvestro Paluzzi, racconta brevemente di che si tratta: noi uomini siamo prigionieri in una caverna, siamo incatenati e non potendoci girare, possiamo vedere solo la parte interna della caverna stessa. Davanti a questa c’è un muro, al di là del quale passano alcune persone con degli oggetti sul capo, rappresentanti varie cose. Dietro di loro c’è un fuoco (il SOLE) che riflette la loro ombra sulla parete interna della caverna. Così i prigionieri possono vedere solo ombre e non la realtà. Se qualcuno riuscisse a liberare i prigionieri, questi, usciti dalla caverna dove erano abituati a vedere ombre, e abbagliati dalla LUCE, non crederebbero che ciò che vedono sono le vere realtà.

La storia, il mito, sono solo spunti, opportunità che lasciano spazio all’immaginazione di ognuno. L’intento è stabilire corrispondenze con la tua vita, per produrre poi, dei cambiamenti.  Le metafore agiscono in maniera indiretta, per questo possono essere un valido strumento in un percorso di crescita personale  e di aiuto. Ci  portano più facilmente a superare le nostre resistenze, ci stimolano ad intraprendere il percorso di cambiamento, cercando in noi stessi le risorse necessarie, che magari, sono solo nascoste. Di solito, siamo ben disposti verso l’ascolto di una metafora, e difficilmente erigiamo muri di difesa. Importantissimo, in questo processo, è il coinvolgimento corporeo ed emotivo e non solo cognitivo. In outdoor setting, per questa attività vengono scelti alcuni ragazzi per drammatizzare il mito. La  roccia di media altezza  che è accanto a noi si presta benissimo ad essere la parete interna della caverna, i ragazzi vengono “incatenati” ad uno ad uno con una corda, sul loro volto una maschera bianca, anonima, la maschera del “non vedere”, dell’essersi nutriti di sole ombre … per una vita intera! La suggestione è fortissima! Ecco, ora Alfonso, uno dei prigionieri, riesce a liberarsi. Si adatta a fatica al bagliore forte della luce, ma poi si lascia stupire dai colori, dai profumi, dalla vita vera! Torna indietro, vuole convincere i suoi compagni di prigionia ad andare con lui, fuori, prova a dire loro che ciò che hanno sempre visto sono solo ombre e che la vita è un’altra, ma loro non gli credono e alla fine arrivano ad ucciderlo!

La scena è molto concreta, reale ,un filo di sottile tensione attraversa le mie vene. Allora osservo ad uno ad uno i volti dei ragazzi, cerco di cogliere le loro emozioni, e ascolto me stessa, le mie emozioni. Ripercorro il sentiero della mia vita, ricordo quanti anni sono stata chiusa nella caverna, a guardare solo ombre, convinta che quella fosse la realtà. False convinzioni, vecchi schemi ripetuti all’infinito … e illusioni e  percezioni e visioni distorte …  La mia storia, le mie ombre. Il tentativo di eliminare chi mi tendeva una mano per uscire dalla prigione! Perché, soprattutto in una prima fase, non si intende modificare la propria situazione nemmeno di una virgola, la si crede vera, l’unica possibile! Ma la metafora vissuta, col tempo agisce, la nuova visione piano piano prende forma e forza, la proposta di cambiamento appare accettabile, i mezzi per realizzarla, accessibili!

Le idee più “reali”, dice Platone, sono l’idea del Bene e del Bello, e lo strumento che ci spinge verso di esse, è l’Amore.

Mi piace credere,oggi, che il Bene e il Bello siano quelle immagini “vere” impresse nella profondità dell’anima e del cuore di ogni uomo; ognuno di noi ha impresso in sé questo sigillo, e anche senza saperlo aspira ad esso, aspira a raggiungere la luce, la vera vita. Il cammino per uscire dal mondo delle “ombre” può essere faticoso e doloroso, a volte lungo e pieno di ricadute e ostacoli, ma vale decisamente la pena compierlo!


Riflessione proposta da Alessandra de Angelis, Counsellor multisetting di primo Livello della Scuola di Formazione, Ricerca e Counselling psicologico Outdoor setting®

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *